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Tumore al seno: la fluidificazione cellulare può aumentare l’invasività e la riconoscibilità immunitaria

Ricerca sul tumore al seno

In Breve

Qual è il legame tra fluidificazione cellulare e tumore al seno?
La fluidificazione del tessuto tumorale può aumentare l'invasività e attivare la risposta immunitaria.
Cosa comporta l'attività della proteina Rab5A?
L'attività della Rab5A favorisce la mobilità collettiva delle cellule tumorali, rendendo il tessuto più fluido.
Qual è l'importanza dei mitocondri danneggiati nel tumore?
I mitocondri danneggiati rilasciano DNA mitocondriale che attiva la risposta infiammatoria contro il tumore.

Un recente studio condotto da ricercatori dell’IFOM e dell’Università di Milano, pubblicato sulla rivista Nature Communications e sostenuto dalla Fondazione AIRC, ha messo in luce un legame significativo tra la fluidificazione del tessuto tumorale e l’attivazione della risposta immunitaria nel carcinoma mammario. Questa neoplasia rimane la più comune tra le donne in Italia, con oltre 53.000 nuove diagnosi ogni anno.

Negli ultimi anni, si è registrato un aumento delle diagnosi precoci, in particolare per il carcinoma duttale in situ (DCIS), che rappresenta oltre il 20% dei casi. Questa situazione presenta una sfida: distinguere tra le lesioni che progrediranno e quelle che rimarranno indolenti.

La ricerca amplia un filone già esplorato nel 2023, dove è stato descritto il movimento collettivo delle cellule tumorali. Quando le cellule, normalmente compatte, riacquistano mobilità collettiva, il tessuto tumorale passa da uno stato “solido” a uno più “fluido”. Questo processo è favorito dall’aumento dell’attività della proteina Rab5A.

La fluidificazione del tessuto tumorale provoca stress meccanici e metabolici che danneggiano i mitocondri. Questi mitocondri, parzialmente compromessi, rilasciano frammenti di DNA mitocondriale nel citoplasma, attivando la via cGAS-STING. Questo meccanismo genera una risposta infiammatoria in grado di richiamare le cellule immunitarie contro il tumore.

Nei modelli preclinici analizzati, i tumori con elevata attività di Rab5A crescono più lentamente in presenza di un sistema immunitario attivo, mostrando una maggiore infiltrazione immunitaria e risultando più sensibili ai farmaci che agiscono sui checkpoint immunitari.

I ricercatori sottolineano che, sebbene i risultati siano promettenti, non si tratta di una nuova terapia pronta per l’uso clinico. Tuttavia, il collegamento biologico tra le proprietà fisiche del tumore, il metabolismo mitocondriale e la risposta immunitaria apre nuove domande su potenziali biomarcatori predittivi e strategie per migliorare l’efficacia delle immunoterapie, oltre a ridurre trattamenti non necessari per le pazienti con DCIS.

redazione

Autore della redazione di Prima Economia.

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