In Breve
- Qual è la propensione delle aziende italiane a investire all'estero nel 2026?
- Il 51% delle aziende italiane prevede di investire nei mercati esteri.
- Quali sono i principali fattori che influenzano le decisioni d'investimento?
- I costi energetici e delle materie prime sono i fattori principali, seguiti da rischio cambio e instabilità finanziaria.
- Come viene percepito il made in Italy nei mercati internazionali?
- Il made in Italy è visto come un marchio di qualità, ma le aziende devono anche considerare la continuità e la conoscenza delle regole locali.
Le aziende italiane attive sui mercati internazionali mostrano una sorprendente resilienza nel loro approccio agli investimenti, nonostante le attuali tensioni geopolitiche e le sfide economiche globali. Secondo l’Osservatorio Assocamerestero 2026, le imprese italiane continuano a scommettere sul made in Italy, un marchio sinonimo di qualità, stile e affidabilità.
Un’indagine condotta dalla rete delle Camere di commercio italiane all’estero ha rivelato che il 40% delle aziende considera il clima di mercato per i prodotti italiani «molto positivo», mentre il 49% lo giudica «positivo, ma più selettivo». Solo il 9% delle imprese ha descritto il contesto come stabile e il 3% come più prudente. Queste valutazioni variano significativamente a seconda delle aree geografiche: in America Latina, l’80% delle aziende riporta un clima molto favorevole, mentre in Africa le opinioni sono più divise, oscillando tra stabilità e prudenza.
In termini di investimenti, il 51% delle aziende intervistate ha dichiarato l’intenzione di investire nei mercati esteri. In contrasto, il 26% adotta un approccio più cauto, il 20% mira a difendere le posizioni già conquistate e solo il 3% prevede una riduzione della propria esposizione. Le risposte variano anche per area geografica: in Asia e negli Stati Uniti, tutte le aziende si dichiarano pronte a investire, mentre in Europa si nota una maggiore cautela, con il 39% orientato verso nuovi investimenti e il 33% focalizzato su strategie difensive.
Tra i fattori che influenzano le decisioni d’investimento, i costi energetici e delle materie prime emergono come le principali preoccupazioni, citati dal 57% del campione. Seguono il rischio di cambio e l’instabilità finanziaria (23%), le politiche protezionistiche e la competizione tra blocchi economici (20% ciascuno), e l’instabilità normativa e politica dei singoli mercati (14%).
Per competere efficacemente, le aziende italiane riconoscono che non basta offrire prodotti di alta qualità. Più della metà delle imprese ha indicato la strategia a medio-lungo termine come prioritaria, mentre il 29% ha sottolineato l’importanza di scegliere partner locali affidabili e il 26% ha evidenziato la necessità di conoscere le normative del paese di destinazione. I concorrenti più citati includono Cina (77%), Francia (46%) e Germania (43%).
Le aziende hanno anche espresso la necessità di una maggiore promozione coordinata del made in Italy (71%) e di un sostegno pubblico più incisivo all’internazionalizzazione delle PMI (49%). Per il 2027, l’82% degli intervistati prevede un ritorno alla crescita nei rispettivi mercati: il 24% si aspetta una crescita sostenuta, il 56% una crescita moderata e il 18% prevede una fase di stabilità, senza alcuna previsione di rallentamento generalizzato.
Mario Pozza, presidente di Assocamerestero, ha commentato che, sebbene il made in Italy continui a essere percepito come un simbolo di qualità e reputazione, «oggi non è più sufficiente». Secondo lui, nei mercati internazionali, la continuità della presenza, la conoscenza delle regole locali e la capacità di adattare il modello commerciale sono diventate essenziali per il successo. La qualità deve essere considerata come il punto di partenza, non come il traguardo finale.
